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East Journal è una testata registrata presso il Tribunale di Torino, n° 4351/11, del 27/6/2011
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Società, politica e cultura dell'est Europa
Il 19 luglio 2012 il Nagorno-Karabakh, repubblica non riconosciuta del Caucaso, va alle urne per eleggere un nuovo Presidente. Riportiamo il commento di una analista armena.
DA YEREVAN - Sono tornata dal Nagorno-Karabakh con grandi impressioni. C’erano posti di cui mi sono innamorata, come Stepanakert di notte, o l’incredibile monastero Gandzasar, le chiese e le moschee di Shushi e la peculiare miscela di culture cristiane e musulmane che questa città possiede come antico fiorente centro culturale del Caucaso . Leggi il resto dell’articolo

Karol Wojtyla è passato alla Storia come il Papa che ha fatto cadere il Muro di Berlino. Sulla sua figura si è rapidamente sviluppata un’agiografia che adombra, anche oggi, molti aspetti controversi del suo pontificato. Si tratterà, per molti lettori, di cose già sentite ma – dicevano gli antichi – repetita iuvant. Specie se si parla di un Papa che da gran parte dell’opinione pubblica europea è considerato alla stregua di un santo o di un eroe. Ed eroe, per la sua Polonia, per certi versi lo è stato: “il nostro vero capo di Stato” dicevano i polacchi negli anni Ottanta. Leggi il resto dell’articolo
Gli allenatori della nazionale croata hanno un debole per i cappelli. Nel mondiale di Francia 98, Ćiro Blažević tenne in panchina un cappello da poliziotto. Era di Daniel Nivel, un gendarme francese finito in coma dopo gli scontri tra forze dell’ordine e ultrá tedeschi prima di Germania-Jugoslavia. Ćiro andò a visitare Daniel in ospedale (sarebbe uscito dal coma dopo qualche settimana) per portargli solidarietà, ricevendo dai colleghi il cappello del gendarme. Ćiro se lo portò in panchina, sfoggiandolo poi al termine delle partite, in segno di omaggio verso Daniel. Per Blažević e per quella Croazia, quel cappello diventò un vero talismano portafortuna, simbolo della leggendaria cavalcata che portò Suker e compagni verso l’insperato terzo posto mondiale. Leggi il resto dell’articolo
Due giorni dopo essere stato ri-nominato alla guida del governo armeno, a seguito dei risultati delle elezioni del 6 maggio, da parte dell’omonimo capo di stato Serzh Sargsyan, il primo ministro Tigran Sargsyan era in visita a Bruxelles. Il capo di governo armeno ha incassato l’appoggio del Partito Popolare Europeo (PPE) – il maggiore gruppo politico di centrodestra, da Merkel a Orban – e in una conferenza pubblica presso il think tank CEPS ha dettagliato il suo programma di lotta alla corruzione e riforma dello stato, la situazione geopolitica del Caucaso secondo Yerevan, e il ruolo dell’Unione Europea. Leggi il resto dell’articolo

photo by Ron Haviv
Quattrocento anni. Tanto è durata la presenza serba nei territori della Vojna Krajina. Dopo quattro anni dalla battaglia di Vukovar parte la riconquista croata della “frontiera militare” asburgica. All’alba del 4 agosto 1995 l’esercito croato, addestrato da esperti americani, muove da sud, da nord e da ovest contro i secessionisti serbi della Krajina di Knin, appoggiato da oriente dal Quinto corpo bosniaco che attacca dall’interno dell’area assediata di Bihac. […]: conquisteranno in meno di 32 ore un territorio montagnoso coperto di foreste inestricabili dove neppure la potenza tedesca nel ’41 ebbe il coraggio di entrare. L’intero sistema di telecomunicazioni serbo e messo a tacere da strategie di “guerra elettronica” messe a punto dagli americani. Leggi il resto dell’articolo
“Jugoschegge, storie di scatti di guerra e di pace” è una raccolta di sette capitoli di altrettante persone volonterose che hanno affrontato la crisi della Jugoslavia negli anni Novanta a modo loro, per esempio attraverso la fotografia o la cooperazione e che in questo libro raccontano il loro cammino in quegli anni difficili ma gravidi di speranze, promesse e dedizione.
Jugoschegge è, sin dal suo incipit, un omaggio pregno di passione alle singole persone che, organizzate dal basso e mosse da una sincera urgenza , si sono fatte carico di imprese che definire eroiche non è un’iperbole. Il libro ci parla di una costellazione di sforzi che ha superato barriere religiose, etniche e burocratiche, azioni talvolta coordinate, altre volte messe in campo alla bell’e meglio, dettate dalla necessità di agire in fretta. Leggi il resto dell’articolo
In occasione della Giornata Internazionale Contro l’omofobia e la transfobia (IDAHO), celebratasi lo scorso 17 Maggio, l’organizzazione ILGA-Europe ha reso pubblico il suo tradizionale “Rainbow Index” e l’ annessa Mappa arcobaleno. Ancora una volta il Regno Unito é arrivato in testa alla classifica, seguito dalla Spagna e dalla Germania. All’ultimo posto, invece si trovano la Russia e la Moldavia.
Quest’anno, oltre al Rainbox Index & Map 2012 (Mappa e Indice arcobaleno 2012), l’organizzazione ha pubblicato anche il suo primo “Annual Review”: Un documento di 180 pagine che offre un’analisi dettagliata, tanto legale come socio-economica, della situazione dei diritti umani di Lesbiche, Gay, bisessuali, Transessuali, Queer e Intersessuali in 49 paesi europei (si può scaricare cliccando qui). I documenti sono stati presentati in un atto a cui ha partecipato la commissaria Europea Cecilia Malmström.
In un comunicato, la direttrice esecutiva dell’organizzazione, Evelyne Paradis, ha sottolineato la novità che rappresenta l’ Annual Review: “La nostra Rainbow Map e l’Indice hanno già comprovato di essere strumenti molto utili e popolari in relazione alla situazione giuridica. L’ Annual Review va ancora oltre e guarda al contesto sociale e politico che influenza le esperienze che vivono le persone LGBTI. L’eguaglianza formale è solo un passo nella strada verso la piena integrazione sociale“. Paradis ha sottolineato, inoltre, che nessun paese può vantarsi di rispettare pienamente i diritti umani delle persone LGBTQI e che, in generale, il livello dell’ uguaglianza legale delle minoranze sessuali resta molto basso in Europa. Preoccupano, inoltre, l’immobilismo di alcuni paesi (tra cui spicca l’Italia) e il moltiplicarsi di proposte di legge che criminalizzano qualsiasi menzione dell’omosessualità in pubblico. Leggi il resto dell’articolo

Fonte: Bulent Kilic, AFP/Getty Images
La Turchia sembra scordarsi di aver recentemente ospitato il Forum internazionale sui diritti delle donne, tenutosi a Istanbul in aprile.
Il paese – o per lo meno il suo governo – sembra infatti muoversi progressivamente verso una società più religiosa, lontana dal laicismo del suo padre fondatore Ataturk, al punto che anche le feste in suo onore sono state fortemente ridimensionate.
Tayyep Recip Erdogan, attuale premier e leader del partito islamico conservatore AKP, ha annunciato un prossimo disegno di legge contro l’aborto, definendo quest’ultimo “un omicidio“. Già in passato Erdogan aveva affermato che “ogni aborto è una Uludere“, riferendosi ad un’azione contro i separatisti curdi che aveva causato per errore la morte di decine di civili. Leggi il resto dell’articolo
Anche nella terra degli interminabili sondaggi (elaborati. Proposti. Analizzati. Pubblicati. Valutati. Rielaborati) è possibile scivolare e ritrovarsi con niente in mano. La stampa ceca riporta infatti a scadenze ravvicinatissime i dati STEM, cioè quanto viene partorito dalle grosse stanze della agenzia di statistica Středisko empirických výzkumů a Žižkov, e talvolta capita di perdersi. Ma questo, risalente a poco tempo fa (era metà aprile) suona particolarmente intrigante perché ti sbatte in faccia spietato il dato secondo cui un risicato quarantuno percento dei cechi sarebbe soddisfatto di Praga nella Unione Europea. Risultato più basso dalla adesione nel duemilaquattro. Proseguendo, in un potenziale referendum sul supposto nuovo ingresso nella Unione, sarebbe il cinquantasette percento della popolazione ad esprimersi in modo contrario. Motivo: circa tre quarti dei cittadini sono persuasi di come la Repubblica Ceca sia stata incapace di recitare un ruolo attivo nelle politiche comunitarie e lasciamo perdere che in questi otto anni si sono alternati sei premier (Vladimír Špidla, Stanislav Gross, Jiří Paroubek, Mirek Topolánek, Jan Fischer e Petr Nečas) espressioni di una situazione politica e partitica non tra le più solide, nonché un capo di stato proprietario di un europeismo più o meno personale e discusso.
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I ricordi
Quando si parla della nazionale di calcio croata, il primo pensiero non può che correre all’inarrestabile cavalcata di Francia ’98. In quel mondiale, capitan Zvonimir Boban e compagni stupirono il globo arrivarono terzi, dopo aver silurato la Germania ai quarti (3-0) e sfiorato l’impresa con i galletti locali in semifinale (finì 2-1, con vantaggio croato di Šuker e successiva doppietta di Lilian Thuram – unica sua doppietta in carriera, playstation inclusa – ). Leggi il resto dell’articolo
Ci sono momenti della vita in cui in non ti trovi dove vorresti essere e allora cerchi di fare di tutto per cercare di adattare la tua realtà a quella che avresti voluto che fosse. Nel mio caso, io mi trovo a Birmingham, in Inghilterra, non quella in Alabama a cui rimandano tutti i motori di ricerca. E’ la seconda città del Regno Unito per dimensioni e popolazione, ma a volte la sensazione è quella di abitare in un grande paese. In realtà avrei voluto trovarmi qualche migliaio di km più a est, per seguire gli Europei in presa diretta, ma la mia scelta di imparare una volta per tutte la lingua inglese mi ha portato in quest’ angolo di Albione. Però la voglia di raccontare cosa sta succedendo in Polonia e Ucraina è fortissima, e quindi oggi sono andato al ristorante polacco dell’ amico Sebastian per godermi l’ esordio dei padroni di casa contro la Grecia. Leggi il resto dell’articolo

La vittoria all’europeo di otto anni fa
L’europeo di calcio si apre oggi con una sfida amara, la Grecia che vinse la competizione otto anni fa contro la Polonia ospitante. Il calcio è, nel migliore dei casi, un modo per leggere la realtà. Ventidue uomini in mutande che corrono inseguendo un pallone non sarebbero altrimenti sufficientemente dotati di senso perché una testata con la puzza sotto il naso come la nostra decida di occuparsene. Dicevamo della sfida amara. Otto anni fa la Grecia vinceva, giocando un brutto calcio, l’europeo portoghese. Erano gli anni d’oro della Grecia, il paese ellenico viveva un boom economico che solo dopo si scoprirà essere il frutto di cosmesi finanziarie, bilanci truccati, cattiva amministrazione dello Stato. Ma allora sul Pireo nessuno avrebbe immaginato di trovarsi oggi senza farmaci negli ospedali, senza lavoro per nessuno, sull’orlo della bancarotta. La vittoria greca portò investimenti nel calcio locale che oggi, senza soldi, vive anch’esso una crisi. La gente, ovviamente, allo stadio non ci va più e non sembra intenzionata a rifugiarsi nella consolatoria domenica sportiva: ha cose ben più pressanti cui pensare. Leggi il resto dell’articolo

Tra i pali il portiere sloveno Handanovic. In difesa i serbi Vidic e Ivanovic. Centrocampo bosniaco con Pjanic e Misimovic. E attacco montenegrino con Vucinic e Jovetic. Calciatori di una squadra che potrebbe sfidare qualsiasi avversario. Ma una squadra così non esiste più dal 25 marzo 1992, quando la Jugoslavia giocò la sua ultima partita prima di dissolversi a causa della guerra. Nei vent’anni successivi sono nate sei Nazionali diverse: tante quanti i Paesi sorti sulle ceneri della Repubblica Socialista di Tito. Il calcio balcanico è un movimento giovane, ma si è già tolto alcune soddisfazioni. La più recente pochi mesi fa, agli spareggi per gli Europei che si terranno in Polonia e Ucraina a partire dall’8 giugno. E nelle prossime settimane potrebbero arrivare nuovi successi. Leggi il resto dell’articolo

E’ una mafia quella dell’amianto. In Italia abbiamo da poco assistito a una sentenza storica che ha condannato a sedici anni di reclusione i magnati della holding Eternit Ag, lo svizzero Stephan Schmidheiny e il barone belga Louis de Cartier. Secondo la sentenza i due sono responsabili di aver mantenuto la produzione amiantifera pur essendo a conoscenza della estrema pericolosità della fibra. La fibra d’amianto, infatti, una volta inalata può depositarsi nell’apparato respiratorio generando un tumore che non lascia scampo, il mesotelioma pleurico. Non c’è cura, non ci si può salvare. Loro lo sapevano ma hanno taciuto in nome del guadagno. Per questo crimine sono stati puniti. La condanna è venuta dopo un lungo processo, dopo anni di battaglie da parte delle famiglie delle vittime di una piccola città: Casale Monferrato. Ma è una condanna che – pur importante – non può essere applicata poiché il barone de Cartier, ultranovantenne, non può essere arrestato a causa delle sue ormai precarie condizioni di salute. Stephan Schmidheiny, invece, vive in Costarica e non può essere estradato. Leggi il resto dell’articolo